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Impara dalla Mafia, in libreria

 

"Impari dalla mafia"

Qualche settimana fa, vagando per l’aeroporto di Madrid in attesa del mio volo, sono entrato in una libreria-edicola di quelle piccole e affollate, la metà libri, il resto souvenir e cazzate per turisti. E turisti.

Tra le novità letterarie al centro dello scaffale spiccava questo libro: “Impari dalla mafia – Come raggiungere il  successo nella sua impresa (legale)” scritto da Louis Ferrante, ex membro del clan Gambino, una delle più potenti famiglie mafiose di New York.

Dopo la sorpresa iniziale, la curiosità. L’ho preso, sfogliato, letto qualche pagina (se lo trovassi in biblioteca probabilmente lo leggerei). E infine l’amara constatazione che Mafia‘ è un marchio che all’estero vende, un po’ come il famoso e ormai privo di significato ‘Made in Italy‘. (Vi consiglio di leggere anche questo post di Giulio Cavalli, che propone un’interessante riflessione sull’argomento).

Al mio ritorno a Madrid ho scoperto che il libro di Ferrante è in bella vista un po’ ovunque (e io sono di quelli che entrano in tutte librerie che incontra). Mi chiedo che visibilità abbiano dato a questo libro in Italia, pubblicato da Rizzoli col titolo: ”La regola del Padrino. Lezioni di Cosa Nostra per i business“.

Qualcuno l’ha visto in libreria? Cosa ne pensate dei prodotti culturali che ammiccano alla Mafia?

di Marco Nurra | @marconurra
(13 aprile 2012)

- Riproduzione consigliata (citando la fonte)

6 comments

  1. Davide Manno says:

    A me il libro non infastidisce anzi mi diverte. È normale che all’estero abbiano una visione della mafia diversa dalla nostra anche grazie ai tanti classici hollywoodiani girati sull’argomento. In libreria però non l’ho visto, forse Rizzoli non gli ha dato molta visibilità proprio per paura di critiche.

  2. Stefano says:

    Purtroppo siamo conosciuti per quello, colpa anche di film che hanno dipinto il paese in quella maniera. Però tutti apprezzano Il Padrino. Ma comunque sono mode fatte per lo più per provocare e come ogni moda passa. Peccato che per vendere si debba per forza utilizzare questo tipo di provocazione. Anche su Fb gira una applicazione che si chiama Mafia War dove devi conquistare territori, controllando sale da gioco, mignotte, uccidendo gli avversari che vogliono impadronirsi della tua ‘area’.

  3. Fabio says:

    Non ho letto il libro, non ne conosco il contenuto, il mio commento non può che basarsi sulla descrizione che qui se ne fa e sul concetto stesso che il marchio “mafia” venda.

    La mafia è, a tutti gli effetti, guardando la cosa con un occhio cinico e freddo, un’impresa di successo nel sistema capitalistico così come lo abbiamo costruito, tanto brava da avere filiali in tutto il mondo e suoi uomini nelle posizioni di controllo di ogni livello e grado.

    La mafia è un prodotto di questo sistema, il prodotto di eccellenza. Ogni critica alla mafia, è per questo una critica al sistema stesso. Se si vuole combattere la mafia, bisogna combattere il sistema basato sul profitto a tutti i costi in barba a qualsiasi altro parametro (felicità, tutela dell’ambiente, rispetto dei diritti umani, etc). Le due cose sono imprescindibili l’una dall’altra.

    Per questo non mi meraviglia che il marchio “mafia” abbia successo.

  4. Franco Indignato says:

    Mi accodo al commento di Fabio qua sopra. Non è forse vero che tutta la politica da cui siamo governati è mafiosa? Non è forse vero che FIAT, la più grande impresa automobilistica italiana, è mafiosa? E che dire dell’Enel e di Eni? E le assicurazioni che continuano a infrangere la legge sulle spalle dei cittadini e poi sono chiamate solo a pagare una multa? Non si chiama forse pizzo quella multa?

    Secondo me il libro cavalca la consapevolezza che questo mondo ormai è governato dalla malavita.

  5. Parlando con una collega francese, mi diceva che Gomorra è praticamente l’unico libro italiano conosciuto diffusamente a Parigi. La Mafia è un brand che vende, ma lo sappiano fin dal primo Scarface negli anni ’20, perché di per sé è la narrazione della lotta di individui che agguantano il potere e lo difendono con tutti i mezzi. Eroi (anche se negativi) che ormai sono ben tipicizzati nel nostro senso comune, che si riflette sulla letteratura, sul cinema, sulla Tv.

  6. antonio says:

    Frequento la biblioteca più della libreria e quindi non ho fatto caso a questo libro. Non l’ho letto, pertanto mi baserò sui tre articoli correlati che sono qui citati.
    Per deformazione non-professionale (l’antropologia) sono abituato a prendere con le molle i fenomeni culturali, nel senso che qualsiasi elemento, mutando di contesto, può mutare anche di segno. Non è detto che la normalizzazione di un fenomeno entro uno scenario folkloristico diventi tacito assenso o ammiccamento: nel caso della mafia immagino che ci sia una grande mediazione ad esempio del cinema statunitense. Essere esaltati per la pizza alla Gambino può indicare maggiormente il fascino per film come “Il Padrino” che vicinanza personale allo stile mafioso.
    Certo questo non vuol dire che bisogna trattare il fenomeno con un relativismo disinteressato. Anzi, un’analisi seria deve invece saper rintracciare i giusti elementi di critica.
    Uno di questi lo ha individuato nel commento precedente Fabio: una complicità strutturale tra capitalismo e mafia entro la cornice dello Stato. In questo senso lo stile mafioso “fa” anche cultura, fa cultura dell’arricchimento e del controllo, fa cultura del valore e dell’ambizione.
    Un altro elemento è la declinazione del termine mafia e dell’idea di mafia. In questo senso il Brand “mafia”, cristallizzato attorno all’immagine del boss o del mitra, gioca probabilmente contro di noi (che suppongo la vogliamo combattere), perché crea un’immagine aliena ed esotica. La mafia è in sicilia, la camorra è a Napoli, la ‘ndrangheta è in Calabria. Ma neanche per sogno! Le mafie sono diventate un sistema di investimenti e controllo del territorio diffusi su tutto il territorio italiano e anche fuori, sia in maniera riconducibile ai clan sia come stile imprenditoriale. Basta prendere un’opera pubblica, un’infrastruttura a piacere nel nord italia e leggere il capitolato d’appalto per iniziare a fare un’indagine sulla mafia e sui clan.
    Questo è reso ancora più evidente dalla crisi economica, perché ora si vede veramente chi ha i soldi e chi non li ha.
    Per concludere questa disamina molto banale (dalla quale ho escluso “la buona immagine dell’Italia all’estero”, della quale non mi interessa molto) ribadisco due concetti: 1-serve un’analisi profonda dei nostri comportamenti, degli strumenti dei quali ci dotiamo e delle strutture politico economiche che rispettiamo o non rispettiamo 2-la mafia non ha bisogno di pubblicità ma di soldi, quindi il vero prodotto che ammicca alla mafia non è il vestito di carnevale da Al Capone ma la TAV. Da qui si può dedurre chi è che ammicca veramente alla mafia.

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